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BANCA POPOLARE DI BARI AL CAPOLINEA

Ci siamo occupati spesso negli ultimi mesi delle vicende di BANCA POPOLARE DI BARI, evidenziandone i gravi rischi di default.  E il default è arrivato, nonostante solo pochi giorni fa Gianvito Giannelli, Presidente dell’Istituto pugliese, rassicurasse i manager  della banca.
“Non c'è rischio di commissariamento. C'è un piano industriale serio che prevede gli interventi di investitori istituzionali, una parte pubblica e una parte privata, cioè il Fondo interbancario, con un percorso light, non stiamo parlando di Genova, passata per il commissariamento, e meno che mai delle banche venete". Queste le parole pronunciate dal Presidente Giannelli il 10 dicembre scorso, a soli tre giorni dal commissariamento deciso da Bankitalia, nel corso di una riunione,  i cui file audio sono pubblicati da Fanpage.it. "Abbiamo iniziato un percorso di messa in sicurezza della banca, un percorso ufficiale che è assistito dalla vigilanza in tutti i suoi passaggi. Sarà un percorso molto breve per i primi passaggi che si chiuderà prima di Natale".

Così è stato, in qualche modo: il percorso si è concluso, nel modo peggiore possibile.

Emergono particolari inquietanti sulle modalità degli aumenti di capitale, che hanno bruciato 550 milioni di euro di risparmio delle famiglie, spesso quelle degli stessi dipendenti delle filiali. Molti, quindi, neanche in malafede. Certo l’incompetenza sommata agli interessi della famiglia Jacobini e dei molti interlocutori politici, di vario colore, hanno rappresentato un mixer letale, che ha rovinato tanti risparmiatori ed oggi viene addossato sulle spalle dei contribuenti.

Nonostante le varie scaramucce tra M5S, PD e Renzi, nonostante gli slogan elettorali, i soldi del salvataggio saranno “pubblici”, cioè nostri. Invitalia, Mediocredito Centrale, Fondo Interbancario, per almeno 900 milioni, e poi, forse, anche la Regione Puglia.

L’amara verità, quella alla base di tutti i commissariamenti delle banche fallite di fatto, anche se poi “salvate”, è che per anni sono stati prestati soldi agli amici degli amici, sotto pressioni della politica locale. Quei soldi non sono più tornati indietro e, nel frattempo, quegli “amici” si sono anche intrufolati nel bilancio, appesantendolo di costi.

Questa non è finanza, non sono investimenti, non è capitalismo, nel senso sano del termine. E non sono neanche fallimenti di mercato, sono fallimenti derivanti dall’influenza, dall’interferenza e dall’ingerenza dell’apparato pubblico locale con gli affari della banca. Quel capitalismo di relazione che inquina anche molte grandi aziende italiane, un capitalismo clientelare, relazionale, familiare, che è il cancro del nostro sistema economico e che, col liberismo, spauracchio trasversale da destra a sinistra, non ha nulla a che vedere. No, questa è depravazione del capitalismo, del liberismo e di ogni altra cosa abbia a che fare col libero mercato, quello vero.

Il finale, comunque, è sempre lo stesso: a pagare e tappare i buchi di questi fallimenti annunciati sarà quel ceto produttivo, con le tasse che versa. E pensare che quegli stessi contribuenti vengono spesso dipinti come ladri…


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