ANNO XII - &MAGAZINE - 

Intervista a Francesco Attolini: Russia: arte e mercati nei nuovi equilibri globali. Parte 2

Intervista a Francesco Attolini: Russia: arte e mercati nei nuovi equilibri globali. Parte 2

Andare più a fondo alle cose.
Approfondire e restituire peso ai significati.

Francesco Attolini: Ri-Evoluzioni personali, San Pietroburgo e il nuovo collezionismo russo

INTERVISTA E TESTO DI MARIELLA CASILE      IN CONVERSAZIONE CON FRANCESCO ATTOLINI

Dopo aver parlato della Russia, del sistema dell’arte e delle sue trasformazioni, vorrei tornare al tuo percorso. Negli ultimi anni ho osservato un cambiamento nella tua ricerca: un ritorno alla pittura, al figurativo, alla materia dell’olio e dell’acrilico e al disegno. Che cosa ti ha riportato verso questi linguaggi? E quanto la vita a San Pietroburgo ha inciso su queste scelte?

F.A.   In realtà io non ho mai smesso di disegnare o di dipingere. (Francesco è scenografo laureato all’Accademia di Belle Arti con un Master in Pittura monumentale e teorie e pratiche dell’audiovisivo all’Académie Royale des Beaux-Arts di Bruxelles. Ndr). Semplicemente, per molti anni ho preferito il video a tutto il resto. Vado un po’ a periodi. Ci sono momenti in cui voglio mostrare qualcosa, e momenti in cui voglio mostrare qualcos’altro. Ma non vorrei etichette. Ho tanti video realizzati e nel cassetto, video che vorrei montare; ma non è il momento ora: voglio fare altro e voglio comunicare con altro. Anche se nelle mie mostre un video trova sempre una collocazione stilistica e significativista.

Detto questo, il ritorno al figurativo e all’olio su tela o all’acrilico non è una conversione religiosa né un’influenza del mio involucro o del territorio. È un cambio di stagione creativa. Lo paragono alla cucina: per anni ho preparato piatti di cucina molecolare – sorprendenti, concettuali, quasi effimeri – e ora sento il bisogno di tornare a un buon piatto di pasta al pomodoro, dove si vede e si sente ogni singolo ingrediente. Il grande Fulvio Pierangelini sostiene che sia uno dei piatti più difficili da preparare (e secondo me ha ragione).

Tornando al tema. L’olio su tela mi dà una materialità che il video non ha: la lentezza dell’essiccazione, il profumo della trementina, il gesto che resta impresso nella vibrazione del pennello. È una forma di meditazione attiva. Gli acrilici, le vernici e le resine mi permettono di sporcarmi le mani e questo mi piace tanto.

San Pietroburgo, con la sua luce bianca delle notti d’estate e le sue ombre profonde d’inverno, è la città perfetta per questa pratica: le sue facciate neo classiche e i suoi canali sono già un trattato di figurativo. Ho finalmente ripreso a disegnare negli ultimi 5 anni, anche il disegno tecnico che come sai essendo scenografo adoro.

“In questo momento della mia vita voglio sporcarmi le mani.”

Come hai vissuto personalmente questi cambiamenti?

F.A.   Con la stessa curiosità con cui ho vissuto il passaggio da Bari a Bruxelles, o da Milano a San Pietroburgo. Non c’è stato un trauma, c’è stata un’evoluzione organica. Anzi una scelta organica. Il contesto politico e culturale attuale non ha influenzato la mia scelta stilistica, perché la mia arte non è mai stata militante né di risposta. L’arte che fa da specchio alla cronaca mi annoia. Noi artisti non dobbiamo fare giornalismo visuale; dobbiamo prevedere il futuro, gli spostamenti, cambiamenti e indicare dove sta andando il mondo. Non dobbiamo fare domande ma dare risposte.

I miei periodi produttivi sono decisi da pulsioni interiori, non da sanzioni o dazi. Quindi, per rispondere chiaramente: assolutamente no, la mia attività non è stata influenzata dal contesto politico e culturale attuale. Semmai, è stato il contesto a essere influenzato dalla mia determinazione a continuare a fare ciò che amo e dove amo farlo. E sono io che proverò a influenzare il contesto e mai il contrario.

“Noi artisti non dobbiamo fare giornalismo visuale.”

Negli ultimi anni hai sperimentato in prima persona quanto la geopolitica possa incidere anche sul sistema dell’arte. Guardando al tuo percorso internazionale, quali conseguenze ha avuto vivere e lavorare a San Pietroburgo dopo il 2022?

F.A.   Ci sono state le conseguenze che hanno subito tutti gli imprenditori che vivono ed hanno vissuto in Russia. C’è stato un primo scossone, ma dopo, solo una serie di allineamenti e riallineamenti verso nuove direzioni e nuovi mercati.

La geopolitica ha vinto sulla qualità. La propaganda e la Russofobia hanno chiuso ingiustamente i ponti verso est. Ma noi non ci siamo mai fermati. E a distanza di oltre 4 anni le mie opere si continuano a vendere a collezionisti di tutto il mondo, italiani, russi, cinesi, turchi, emiratini. Lo stesso i miei artisti e i miei clienti della mia agenzia di web reputation. Chi non si è fermato si è rafforzato, chi ha mollato ha perso budget e reputation. Perché dopo oltre 4 anni di crisi in Ucraina molta gente ha cambiato idea. Ho alzato i prezzi fino dal 25 al 40% dal 2022 in tutte le attività. Non perché siano migliori, ma perché la domanda locale ed estera è reale e la nostra offerta è rara.

Questo è il mercato, e io lo rispetto. Non si fanno sconti a nessuno, l’Outlet dell’arte o Arte Accessibile (Te la ricordi?) sono finiti molto prima del 2022.

Me la ricordo eccome Francesco Arte Accessibile… A quei tempi c’era un collezionismo diverso a Milano in cui l’arte non era trendy e non si era infiltrata nei social network. Anche il rapporto con i collezionisti era diverso. Prima hai descritto il nuovo collezionismo russo come maturo, relazionale e paziente. Sono tre parole che raccontano molto più di una semplice dinamica di mercato. Se dovessi spiegare a un lettore occidentale come è cambiato oggi il rapporto tra collezionista, opera e artista in Russia, cosa diresti?

F.A.   Prima del 2022, un collezionista russo di fascia medio-alta acquistava per il 60-70% artisti occidentali (tedeschi, americani, italiani, cinesi) e per il restante 30-40% artisti russi. Oggi la proporzione si è rovesciata. Questo non è solo effetto delle sanzioni (che rendono difficili i pagamenti e le spedizioni), ma anche un cambiamento culturale profondo. Il collezionista russo post-2022 ha riscoperto un orgoglio nazionale silenzioso: vuole comprare opere che raccontino la sua terra, la sua storia, la sua sensibilità. Non per propaganda, ma per appartenenza.

Descrivo il collezionismo oggi in Russia con tre aggettivi: maturo, relazionale, paziente. Compra anche con piacere artisti stranieri che hanno scelto di vivere in Russia con gli stessi principi.

Maturo: perché non è più guidato dalla speculazione a breve termine (rivendere a Londra o New York tra due anni), ma dal piacere di possedere e di mostrare agli amici. È un ritorno al collezionismo come atto culturale.

Relazionale: perché le compravendite avvengono quasi sempre all’interno di comunità fiduciarie – come la mia. Le gallerie tradizionali contano meno, per loro sono noiose; contano le cene, i vernissage intimi, i passaparola tra imprenditori.

Paziente: perché i collezionisti sanno che il mercato internazionale è chiuso, e accettano di tenere le opere anche cinque o dieci anni, senza l’ansia della rivendita immediata. Questo stabilizza i prezzi e permette agli artisti di lavorare con serenità.

E io amo questa Russia. Qui si vive bene, e si colleziona con cuore.

“Il collezionismo oggi è maturo, relazionale e paziente.”

Se dovessi raccontare a un osservatore occidentale la nuova generazione di artisti russi, quali tratti ti sembrano più significativi? Puoi farmi qualche nome di russi che ti piacciono e che abitano le dacie e gli stranieri di successo in Russia?

F.A.   I Nuovi artisti emergenti non sono quelli che fanno rumore sui social, ma quelli che lavorano silenziosamente negli studi di Mosca, San Pietroburgo, Ekaterinburg, Novosibirsk…

Li riconosci da tre caratteristiche:

1. Padronanza tecnica sorprendente: molti vengono dalle Accademie russe dove il disegno e la pittura si studiano per anni. Sanno disegnare – cosa che molti artisti occidentali contemporanei hanno disimparato.

2. Rifiuto dell’arte politica diretta: nessuno dei giovani che emergono oggi vuole fare l’artista dissidente. Non perché abbiano paura, ma perché trovano noioso e prevedibile che l’arte sia solo una critica politica. Per quello loro dicono che bastano e avanzano le Pussy Riot. Loro vogliono parlare d’altro e affrontare altre tematiche e discussioni.

3. Apertura alla tecnologia ibrida: usano l’AI per generare bozzetti, ma poi dipingono a olio o acrilici. Usano il proiettore per realizzare video installazioni mastodontiche. Realizzano ambienti e sculture materiali di scarto, che integrano luci al LED, suoni registrati in dacia. Mischiano con grande padronanza tecniche tradizionali e tecnologie avanzate. Questo oltre a piacermi tanto è un metodo di lavoro che condivido appieno.

Se mi costringi a fare dei nomi eccoli, i russi, quelli che abitano in Russia: Oleg Dou, Zoya Korinevskaya, Tatiana Parfionova.

Di internazionali che hanno già realizzato grandi progetti in Russia e che stimo profondamente penso a Jan Fabre, Christian Balzano, Cristiano Ceretti, Corrado Veneziano e Tony Federico.

Quali immaginari, linguaggi e temi stanno attraversando la nuova scena artistica russa? E come si ridefinisce oggi il rapporto tra arte e libertà espressiva?

F.A.   Per quanto riguarda i linguaggi e le tematiche ti faccio direttamente un elenco:

Paesaggio interiore: non la natura morta, ma la memoria del paesaggio russo – campi innevati, foreste di betulle, interni di appartamento sovietico – trattati con un realismo sognante.

Corpo e identità senza provocazione: nudi che non urlano, ritratti di famiglie, gesti quotidiani. Una sorta di quieto umanesimo.

Ecologia e tecnica: come la tecnologia aliena la percezione della bellezza.

Scene di persone sul proprio posto di lavoro.

Scene di vita quotidiana contemporanea.

Mondi fantastici e scene surreali con scritte sovrapposte.

Il rapporto tra arte e libertà espressiva in un contesto complesso come quello russo attuale non si può riassumere schematicamente: la libertà espressiva non è stata abolita, ma ri-definita. Non puoi esporre opere che insultano apertamente lo Stato o la Chiesa ortodossa (questo è un limite reale). Ma puoi dipingere la solitudine, la gioia, la morte, l’eros, la spiritualità, il dubbio – e c’è un pubblico enorme che le cerca.

Sono passati molti anni dal nostro primo incontro, quando eri un giovane videoartista (Ti ricordi quando ti urlavo Videoartistaaaa dove sei?) animato da immagini, intuizioni e poesie visive. Se dovessi raccontare oggi, in poche frasi, il percorso che ti ha portato da Milano a San Pietroburgo e la tua trasformazione come artista, cosa diresti?

F.A.   Certo che mi ricordo!

A quell’epoca volevo migliorare me stesso migliorando le persone che incontravo. Volevo realizzare qualcosa di cui io e i miei genitori saremmo stati fieri, in un contesto fortemente diverso da quello italiano. Perché io mi conosco bene: il nuovo mi nutre, non mi spaventa. Il nuovo mi fa sentire vivo. Ripartire da zero mi dà un’energia infinita. Le migliori idee hanno bisogno di grandi rivoluzioni interiori per essere realizzate. E io ero arrivato nel posto giusto al momento giusto: San Pietroburgo. Ed è proprio questo il marketing di alto livello: l’atto, il potere, il sistema, il come tu fai accadere il cambiamento.

Trasferirmi a San Pietroburgo è stata l’operazione di marketing più grande e significativa che io abbia mai potuto pensare e fare. Il prodotto ero io. Il mercato era la mia vita.

Non conoscevo nemmeno una parola di russo. Non avevo un lavoro. E la galleria che mi rappresentava a Milano – Galleria d’Arte San Lorenzo – probabilmente mi avrebbe abbandonato se fossi partito (come poi ha fatto). Pensavo che il cambiamento sarebbe stato lento e complicatissimo. Ma non avevo fatto i conti con Mikhail Dolgopolov.

“Trasferirmi a San Pietroburgo è stata l'operazione di marketing più grande della mia vita.”

Francesco sì…Me lo ricordo Mikhail…mi ricordo del vostro bellissimo rapporto basato su stima e fiducia reciproca.

F.A.   Misha è stato un grandissimo scultore, un partner, un amico. Era il mio primo mese a San Pietroburgo. Durante un evento al CHE BAR & GALLERY, mi prese in disparte e mi disse: “Tu sei il nuovo Art Director. Queste sono le chiavi. Domani apri tu.” Pensavo scherzasse. La mattina dopo, cercai un fabbro per farmi una copia delle chiavi (per un ricordo da tenere nel cassetto, pensavo), e poi mi preparai a rifiutare l’eventuale offerta. Troppo presto, troppa responsabilità. Era il primo mese a San Pietroburgo. Invece Misha mi fece accomodare, Anastasia aveva già preparato il contratto. Firmai quasi senza leggere, in preda a un’allucinazione futuristica. Fu la decisione più azzeccata della mia vita.

Nei tuoi lavori di oggi convivono ancora simbolo e racconto? Oppure senti il bisogno di una comunicazione più diretta?

F.A.   Tutte e due. Come mi conosci bene, ti rispondo che la mia pittura è simbolica nella sostanza e diretta nel gesto, esattamente come i miei video e le mie still. Ma la pennellata, il colore, la luce: quelli sono diretti, fisici, quasi violenti. Non voglio che il mio pubblico debba leggere un libretto d’istruzioni. Voglio che senta prima di capire. E se poi vuole capire, i simboli sono lì.

E quali temi senti oggi più urgenti da esplorare nella tua pratica artistica?

F.A.   Il problema della bellezza perché la gente non capisce più che cosa è bello o no. Viviamo in un’epoca in cui tutto può essere arte, e quindi nulla lo è veramente. Il brutto è stato celebrato, il banale è stato teorizzato, il casuale è stato elevato a sistema.

“Viviamo in un'epoca in cui tutto può essere arte, e quindi nulla lo è veramente.”

Io voglio restituire centralità al bello – non il bello oleografico, non il decorativo, ma il bello come adeguatezza intensa: un accordo perfetto tra forma, colore, materia e sentimento. Dipingerò ciò che è indubitabilmente bello, farò video per pura voglia di stupire e creare qualcosa di meraviglioso. Un viso segnato dal tempo, una mela con un verme, la luce delle 4 del pomeriggio in un appartamento di San Pietroburgo. Forse qualcuno potrà non capire il significato, ma dovrà sentire che è bello. Questo è il mio manifesto. E non parlo del Manifesto del Significativismo che tu conosci bene. Poi ovviamente l’Ecologia ma non intendo l’ecologia politica (salvare gli orsi polari), ma l’ecologia dello sguardo. Come abitiamo il mondo? Come la tecnologia ci sta staccando dai ritmi naturali? Disegno alberi, ma non alberi da cartolina: alberi che crescono nelle surrealtà, mezzi asfaltati, mezzi vivi, alberi con le Api Farfalla. Dipingo mutazioni, fini del mondo, famiglie in vacanza che sono schiave della tecnologia che fanno fatica a comunicare. Ma senza moralismo. Io ci gioco. Realizzo mappe e nuovi mondi.

Vorrei disegnare il non visibile della tecnologia: i campi elettromagnetici, i segnali wifi, i dati che volano, le lacrime ghiacciate, i buchi neri e i buchi bianchi.

Come si disegna un’onda radio? Forse con velature trasparenti, forse con linee che non si fermano mai. Le video opere con schermi piatti, senza CD o USB. E poi la mia polemica contro l’uso smodato dei telefonini. Continuerò mi piace.

Pensi che esistano ancora spazi di sperimentazione indipendente all’interno del sistema artistico russo?

F.A.   Sì. E non lo dico per ottimismo di facciata, ma per evidenza empirica. Negli ultimi due anni sono nati a Mosca e San Pietroburgo almeno sei nuovi spazi indipendenti che operano con un modello ibrido e discreto: non cercano il rumore mediatico internazionale, non fanno dichiarazioni politiche, ma realizzano mostre di altissima qualità con artisti emergenti. La sperimentazione oggi si muove sotto traccia – ma non per paura, per scelta. L’indipendenza non è più urlata, ma esercitata in silenzio. E forse è più efficace così. Senza fondi occidentali, senza curatori internazionali che impongono mode, questi spazi stanno sviluppando un linguaggio autentico, rustico, vero. Alcune mostre che ho visitato mi hanno ricordato l’atmosfera della Transavanguardia italiana degli anni ’80: poche regole, tanto istinto, e la sensazione che stesse accadendo qualcosa di importante.

Guardando al futuro, immagini una riapertura del dialogo tra il sistema dell’arte russo e quello occidentale? E se sì, in quali forme potrebbe avvenire?

F.A.   Domanda difficile. Ora rispondo da analista, non da profeta.

Sì, tornerà, ma non sarà un ritorno alla situazione pre-2022. Sarà un dialogo asimmetrico e lento. I presupposti perché ciò avvenga sono due: la fine della crisi ucraina (o almeno una sua congelazione in forma di tregua) e la rimozione graduale delle sanzioni, almeno quelle culturali e bancarie. Ma quando accadrà, non sarà l’Occidente a dettare le regole come prima. Il sistema russo si è irrigidito, ma anche rafforzato nella propria identità. I musei russi non avranno più bisogno di chiedere in prestito opere occidentali come 20 anni fa; potranno offrire scambi alla pari. I collezionisti russi non torneranno a comprare arte occidentale in massa, perché avranno costruito un mercato locale più interessante.

La mia previsione: tra 5-10 anni vedremo una rieccitazione selettiva. Alcune fiere (Cosmoscow, Art Russia Fair) si apriranno a gallerie europee di medie dimensioni. Alcuni curatori francesi e italiani torneranno a San Pietroburgo per mostre tematiche, evitando accuratamente temi politici. Ma il grosso del mercato – i grandi affari, le aste milionarie, i nomi top – resterà asfittico a lungo. Noi artisti di oggi, quelli che siamo rimasti, stiamo costruendo un ponte dal nostro lato. Se dall’altro lato qualcuno vorrà attraversarlo, troverà il ponte solido. Ma non aspetteremo in piedi e soprattutto non metteremo tappeti rossi.

“La mia previsione: tra 5-10 anni vedremo una rieccitazione selettiva.”

Se alcuni ponti si sono indeboliti, altri sembrano essersi rafforzati. Quali nuove geografie culturali stanno emergendo lungo queste direttrici?

F.A.   Sì, te l’avevo accennato prima. Emergono tre geografie, calde e reali: La Cina. Non solo Pechino e Shanghai, ma anche Hangzhou e Chengdu. L’arte russa contemporanea è molto apprezzata in Cina per la sua forza pittorica e la sua mancanza di cinismo concettuale. Stiamo pensando di organizzare qualcosa per il 2027 di internazionale, i collezionisti cinesi comprano volentieri artisti russi perché li considerano “occidentali ma non troppo” – e i prezzi sono ancora accessibili; poi Il Medio Oriente (GCC). Dubai, Abu Dhabi, Sharjah, Doha. Non solo come mercato, ma come piattaforma espositiva. È una geografia neutrale, senza passato coloniale, dove il denaro e l’arte dialogano senza ipocrisie. E per finire l’Eurasia interna. Minsk, Tbilisi, Erevan, Almaty, Tashkent. Qui si sono trasferiti molti creativi russi indipendenti dopo il 2022, creando una rete di nuovi spazi, residenze e mostre itineranti.

È una geografia che non ha tanti mezzi ma ricca di idee. I confini sono porosi, i visti facili, le lingue simili. Per me personalmente, la nuova geografia è anche l’Italia, ma in modo diverso. Potrebbe essere il tema di una prossima intervista.

E visto la bufera del padiglione della biennale, magari ne parliamo più avanti, vorrei chiudere chiedendoti: Come immagini l’evoluzione del tuo lavoro nei prossimi anni, sia come artista, come gallerista, operatore culturale e come ti definisci tu “persona ponte”?

F.A.   Ci sto pensando ora…

Tra cinque anni, i tre spazi che ho a disposizione diventeranno sempre più internazionali.

Uno di questi spazi ha una cucina, vorrei far tornare a far dialogare Arte e cucina come ho fatto in precedenza cercando di coinvolgere ospiti internazionali.

Come creativo, tornerò al video – ma non come prima.

Realizzerò delle video sculture. E continuerò il mio progetto degli autoritratti. Inoltre continuerò a sviluppare l’Ape Farfalla. La farò volare dappertutto. È lei la mia ambasciatrice di bellezza, gentilezza e leggiadria nel mondo.

Mi piacerebbe fondare un Museo qui in Russia, ti spedirò a breve il progetto.

Sto scrivendo un libro che pubblicherò nel 2027 in edizione super limitata.

Come gallerista, credo che lentamente smetterò di rappresentare altri artisti – o meglio, passerò il testimone a un giovane curatore che voglio formare che sarà mio collaboratore del mio studio agenzia. Diventerò il suo mentore silenzioso. Voglio fare solo l’imprenditore e l’artista.

Voglio continuare il percorso di imprenditore digitale e continuare a sviluppare e offrire servizi di Web Reputation sempre più sofisticati integrandoli con l’AI. Voglio utilizzare sempre di più l’intelligenza artificiale per snellire tutti i lavori preparatori, rifinire i bozzetti, realizzare simulazioni e visioni preparatorie.

Continuerò sicuramente con la ristorazione e i prodotti alimentari. In particolare voglio potenziare il mio ruolo e i rapporti con Dolce & Salato, società leader nel settore nell’importazione di prodotti italiani di alta qualità in Russia (il proprietario è una delle persone più visionarie e creative che conosca – Matteo Schiaffini – un imprenditore vincente ed illuminato che ha cambiato il modo di concepire la ristorazione in Russia.)

Proseguirò ad occuparmi di Comunicazione Corporate di varie aziende tra le quali menziono Vitha Group di cui ricopro il ruolo di Direttore della Comunicazione, Furore.ro, Gallery 153, Bulthaup Design Gallery, Art Imena e tanti altri brand russi e internazionali.

“Proseguirò ad occuparmi di Comunicazione Corporate di varie aziende.”

Continuerò anche ad organizzare mostre nel non luoghi come ho sempre fatto, da “Le Pentagone” nella metropolitana di Bruxelles, alla prigione di Ittre, passando per “Galleria in Galleria” a Milano per arrivare a “Into the public” nella Stazione centrale Moscovski Vogzal di San Pietroburgo.

E un giorno, forse tornerò a Bari. E aprirò un piccolo ristorante galleria sul lungomare, dove i clienti potranno mangiare fave e cicorie guardando una parte della mia collezione d’arte (oltre 500 lavori, ecco perché vorrei fondare un Museo.) E i pescatori dell’ “nderallalanz” mi porteranno il pesce fresco e il crudo di mare ogni mattina ed io in cambio gli farò a tutti i miei “selfportraits”.

“Sognare, per me, è già un progetto esecutivo.”

Dopo aver parlato di arte, impresa, Russia, collezionismo e futuro, vorrei lasciarti con una domanda volutamente aperta. Dove sta andando il tuo mondo?

F.A.   Questa è la grande domanda. Non ho risposte, ma ho impressioni. Progetto, disegno o filmo le mie visioni e le previsioni. Studio e approfondisco significati oltre al mio manifesto del significativismo.

Ecco il cuore. Il Significativismo è la mia risposta teorica a un’epoca di arte vuota o urlata. Significativismo non vuol dire “arte con messaggio” – quello è noioso. Significa arte che genera significato nell’incontro con lo spettatore, senza imporglielo.

Come fa una poesia: le parole sono lì, ma il significato nasce dentro di te. Continuerò a creare, a fare video, a cucinare, a vendere e soprattutto a fare l’imprenditore, perché senza impresa non si va da nessuna parte. Ma tutto sarà attraversato da questa ricerca: restituire peso alle cose, in un mondo che le ha rese tutte leggere e scambiabili. Grazie Mariella. Spero a presto.

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