PARTE PRIMA
Ci sono momenti in cui l’arte non si limita a raccontare la storia, ma ne anticipa le tensioni, le assorbe, le rende visibili prima ancora che diventino pienamente manifeste. Questa intervista — dialogo tra me e Francesco Attolini — è avvenuta ad Aprile 2026, prima delle accese polemiche che hanno accompagnato il padiglione russo alla Biennale di Venezia. Riletta oggi, sembra quasi intercettare, in filigrana, alcune delle fratture che di lì a poco sarebbero emerse con forza nello spazio pubblico.
Al di là del rumore mediatico, resta una trama più profonda. La storia dei rapporti tra Italia e Russia è fatta di attraversamenti continui: artisti, collezionisti, visioni che hanno costruito nel tempo un dialogo capace di resistere alle stagioni più instabili.
Io e Francesco Attolini, ci conosciamo dal 2009: abbastanza tempo perché le parole non siano mai del tutto necessarie, e perché ogni incontro si muova su un terreno condiviso, fatto di esperienze, intuizioni e memoria comune.
Questa conversazione nasce così : tra appunti sparsi, ricordi e pause che pesano quanto le risposte, mentre fuori la Nievskj continua il suo ritmo indifferente. Attolini parla come lavora: per stratificazioni, tenendo insieme mercato e visione, concretezza e immaginazione. Artista, gallerista, imprenditore — ma soprattutto osservatore diretto di un sistema che, negli ultimi anni, ha smesso di essere globale nel senso più semplice del termine.
Non per spiegare le cose, ma per restare dentro di esse mentre accadono, iniziamo entrando nel vivo con la prima domanda.
Dopo il 2022 e lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, cosa è cambiato concretamente nel sistema dell’arte russo?
F.A.: Per comprendere il cambiamento, dobbiamo distinguere tre livelli interconnessi: il mercato interno, l’ecosistema espositivo e quello istituzionale; e naturalmente la posizione degli artisti russi nel sistema globale. La guerra ha agito come un acceleratore di tendenze già in atto e come una netta tagliola su molte connessioni internazionali. Il mercato interno ha affrontato contrazione, rifugio e riciclaggio silenzioso. C’è stato un crollo immediato dei volumi d’asta con le case occidentali: Christie’s, Sotheby’s e Phillips che hanno sospeso le vendite di arte russa (non solo quella post-1917, ma anche l’avanguardia e i contemporanei). Nel 2021, le aste dedicate all’arte russa avevano generato circa 150–200 milioni di dollari ma nel 2022 il segmento scompare dai cataloghi ufficiali. Opere di Repin, Malevič o Kabakov non sono più quotate pubblicamente in Occidente. Avviene in questo periodo lo spostamento del mercato di fascia alta verso Dubai, Hong Kong e Istanbul (in piccolissima parte): le transazioni private (le cosiddette private sales) esplodono : i grandi collezionisti russi – Fridman, Abramovič, Ščukin virtualmente assenti – trasferiscono opere in giurisdizioni neutrali. Le gallerie londinesi che rappresentavano artisti russi (es. Haunch of Venison) chiudono o silenziano il segmento.
C’e stato poi il problema delle Sanzioni e pagamenti: l’esclusione di molte banche russe da SWIFT e i blocchi ai conti di oligarchi rendono impossibili le compravendite internazionali in rubli o euro. Nasce un mercato parallelo in criptovalute e baratto artistico. Il sistema dell’arte russo si de-dollarizza forzatamente. (Per ora)
Nel sistema espositivo e istituzionale: isolamento e autarchia. Blocco delle mostre itineranti: Il Museo Pushkin di Mosca e l’Ermitage di San Pietroburgo perdono tutti i prestiti da musei europei e americani. Mostre come “Russian Avant-Garde:
“Global Legacy” vengono cancellate al Guggenheim di Bilbao o al Tate Modern. Di conseguenza, i musei russi si ripiegano su fondi propri: si intensificano le mostre di arte sovietica (molto più accettabile ideologicamente) e dell’arte contemporanea russa “patriottica”.
Da considerate anche l’emigrazione di curatori e critici indipendenti: circa il 30% dei curatori attivi nelle biennali e nelle fondazioni private (come V–A–C, prima guidata da Teresa Iarocci Mavica) lasciano la Russia. Teresa conosciuta proprio poco prima che lasciasse Mosca grazie al suo eccellente lavoro e con la quale sono in contatto grazie a social. La Fondazione V–A–C sospende le attività a Venezia e a Mosca. La Biennale di Mosca (già in crisi) chiude. Peccato perché era una Biennale forte e con tanto potenziale. Vissuta come artista nel 2011 mi è rimasta nel cuore. Anche il più grande e conosciuto curatore russo e Direttore dell’Ermitage 20-21 per il contemporaneo Dimitri Ozerkov è emigrato e ora vive tra Italia e Francia. Lui, oltre ad essere stato uno dei curatori della mia mostra “Beauty can happen a Little bit later” (2026) è stata una persona fondamentale qui per la mia crescita artistica. Siamo rimasti amici e siamo stati anche a Bari per un progetto di arte, cultura e cooperazione internazionale. Sono in contatto anche con lui grazie ai social.
E poi la nuova censura e autogoverno: Il ministero della Cultura emana linee guida che vietano “l’esaltazione dei valori occidentali” e “la distorsione della storia”. Molte gallerie indipendenti (pop-up a Mosca come “Osnova” e “Fragment”) chiudono per paura di essere etichettate come “agenti stranieri”. Alcune si trasferiscono a Tbilisi, Erevan o Berlino. (Ma le notizie ufficiali scarseggiano)
Ed infine lo Status degli artisti russi tra cui sembra esserci una divisione netta: chi rimane e chi fugge. Artisti come AES+F (Cari amici conosciuti nel 2013 e con i quali sono rimasto in contatto), Irina Nakhova, Kirill Savchenkov, Yury Kutyur (amico e apparente alla mia cerchia di artisti) hanno scelto di emigrare, esponendo in gallerie occidentali ma perdendo attualmente il mercato interno. Anche Galleriste come Anna Shumilova (ex Rizzordi Foundation ed ex mia gallerista) e Marina Shtager hanno scelto Berlino e Londra per i loro affari. Le scelte di questi operatori dell’arte però non sono sempre politiche. Una grande maggioranza ha scelto di partire per una mera questione di opportunità e di business.
Dai dati espositivi emerge che secondo l’Artron Index, nel 2023 le mostre personali di artisti russi nei principali musei occidentali (MoMA, Centre Pompidou, MAXXI) sono calate del 78% rispetto al 2021. In compenso, mostre collettive con tema “resistenza” o “migranti” li includono, ma mai come protagonisti nazionali.
Dunque confermi la mia idea che c’è stata una trasformazione del mercato dell’arte di seguito alle tensioni geopolitiche?
F.A.: Sì, profonda e probabilmente irreversibile, ma non omogenea. Possiamo schematizzare tre trasformazioni strutturali:
Trasformazione 1 – Segmentazione binaria del mercato secondario (arte russa storica vs contemporanea)
Arte pre-1917 e avanguardia storica (per cui i collezionisti occidentali erano disposti a pagare decine di milioni) di fatto congelata. Un’opera di Kandinsky o Malevič non può più essere battuta all’asta a New York o Londra perché l’origine russa diventa un passivo reputazionale e logistico (verifica sanzioni sulla provenienza). I prezzi nel mercato privato sono crollati del 40–50% per gli autori russi non ancora “assorbiti” dal canone occidentale. Solo artisti sovietici dissidenti come Kabakov o Bulatov mantengono quotazioni stabili fuori Russia, ma in transazioni coperte. Se qualcuno ha dati diversi dai miei e pregato di fornirmeli e con prove inconfutabile. (Non con ricerche su internet.)
Arte contemporanea russa: mercato dimezzato. Secondo il Russian Art Focus Report 2024, il volume aggregato delle vendite all’asta di arte contemporanea russa è sceso da 60 milioni (2021) a 12 milioni (2023). Le vendite sono quasi tutte in Russia o in Cina. Questi però sono i dati ufficiali che naturalmente non contemplano ciò che non è dichiarato quindi prendeteli con le pinze.
Trasformazione 2 – Nascita di un mercato interno “fortificato” e nuovo collezionismo statale:
Lo Stato russo, attraverso il fondo GOHRAN (dal russo Гохран) è l'istituzione statale che gestisce il Fondo dei metalli e delle pietre preziose della Federazione Russa.
Cosa ha iniziato ad acquistare
• Diamanti grezzi da Alrosa – a partire dal 2023‑2024, per sostenere l'industria diamantifera russa e compensare le perdite dovute alle sanzioni occidentali.
• Opere contemporanee di arte orafa e di taglio della pietra – il Gokhran arricchisce regolarmente le proprie collezioni con creazioni moderne di maestri russi.
• Nasce un collezionismo di “nuovi ricchi” legati a settori non sanzionati (metallurgia interna, agricoltura, IT patriottico). Questi collezionisti comprano molto meno artisti occidentali (io continuo a proprorli), ma acquistano giovani artisti russi che celebrano il “mondo russo”. Si crea un mercato speculativo interno: i prezzi per questi artisti in due anni sono triplicati in rubli, ma sono inconvertibili in valuta estera. (E probabilmente invendibili)
Trasformazione 3 – Decentramento geografico e nuovi hub in cui Dubai diventa la capitale dello swapping di arte russa. (Fino all’attacco USA, ora sta andando giù anche quello ma non esistono dati credibili in proposito, la situazione è in lento divenire). Il mercato digitale e NFT (iniziato e fallito): essendo al di fuori del sistema bancario tradizionale, alcuni artisti russi hanno tentato la strada delle cripto-collezioni. Ma l’associazione con la Russia post-2022 ha portato molte piattaforme (OpenSea, Nifty Gateway) a rimuovere o limitare account russi. Quindi fallimento sostanziale.
Trasformazione strutturale finale – Fine dell’internazionalismo ingenuo, prima del 2022, il sistema dell’arte credeva in una globalizzazione asettica: un oligarca russo comprava Basquiat a New York, lo esponeva a Venezia, lo vendeva a un qatarino. Oggi quel circuito è rotto. Ogni transazione di arte russa è ora un atto geopolitico. Le case d’asta chiedono certificati di provenienza che escludano persone sanzionate – e per l’arte russa storica è quasi impossibile dimostrare che una famiglia oligarchica non ne abbia mai posseduto quote.
Quindi non parliamo solo di contrazione?
F.A: Risposta secca: il mercato dell’arte russo non si è solo contratto – si è ri-territorializzato, autarchico per necessità e parzialmente limitato nei flussi. L’arte non è più un bene liquido globale per la Russia, ma una valuta di riserva in un’economia di calma apparente. La trasformazione più profonda è sociologica: l’artista russo purtroppo non è più un cittadino globale, ma un soggetto sospetto o un arma culturale del Cremlino. (Questo per la propaganda occidentale) Questa cosa, secondo me, non è solo totalmente sbagliata ma credo sia una profonda ingiustizia. Io combatterò con tutto me stesso per continuare a fare incontrare le due culture (quella russa e quella italiana) e per far fare mostre russe in Italia e viceversa. Io sono e sempre sarò una “persona ponte”. Questa però e la mia analisi, quella di un artista e imprenditore che vive qui e ama la Russia e non mischia mai la politica con l’arte e la creatività. Continuerò ad attuare e coltivare qui una proposta internazionale, perché secondo me la mia scelta alla lunga sarà vincente e sarà premiata. Sarò io tra 5/10 anni l’Ape Farfalla, con una proposta diversa e caratterizzata da una bellezza e originalità che nessuno potrà permettersi perché quando c’era da scommettere non l’ha fatto.
Comunque. Il mio consiglio: dovresti intervistare un curatore russo in esilio a Tbilisi e un gallerista di San Pietroburgo che lavora ancora. Le due risposte saranno l’una lo specchio rovesciato dell’altra, purtroppo, e tirerai le tue conclusioni finali.
MC: lo faro!.
Negli ultimi anni hai aperto una tua attività come ristorante-galleria: come mai questa scelta?
F.A.: Grazie per la domanda Mariella. Questo mi permette di parlare un po’ di storia. La scelta nasce da una constatazione empirica maturata in 17 anni di lavoro sul campo attraverso la mia agenzia (www.attoliniagency.com). In Russia, e in particolare a San Pietroburgo e Mosca, il ristorante non è mai stato solo un luogo di ristorazione: è una piattaforma sociale, uno spazio di negoziazione informale, un salotto dove si chiudono accordi e si costruiscono reputazioni. Questo è successo già dal 2009 quando ero partner e Art Director del Che Bar & Gallery che poi diede vita all’OIOIOI (la prima galleria d’arte internazionale riconosciuta a San Pietroburgo) insieme a Mikhail Dolgopolov, poi Global Point Family dal 2013 con 5 ristoranti, poi a seguire Metropolis Gallery by Francesco Attolini e Metropolis Bar & Kitchen.
In mezzo a cavallo i miei tre anni come art director per il Gruppo Ginza – la più importante holding della ristorazione russa – (con la direzione artistica della Galleria Nevsky 8 - Lavka Xudozhnika) ho sperimentato che l’arte esposta tra una portata e l’altra vende molto più velocemente che in una galleria tradizionale. Perché? Il contesto conviviale abbassa le difese psicologiche del collezionismo: l’opera non viene “giudicata” come un investimento freddo, ma come un’estensione dell’esperienza estetica legata al piacere, alla memoria, allo status morbido.
Nel nostro modello ristorante-galleria, ho voluto fondere consapevolmente due economie: quella della “food experience” (ad alto margine, ricorrente) e quella dell’arte contemporanea (ciclica, relazionale). In pratica, il ristorante genera flusso di cassa quotidiano e attira un pubblico che non andrebbe mai in galleria – imprenditori, diplomatici, creativi – mentre le mostre temporanee (ogni 30/45 giorni) trasformano il locale in un “showroom abituale". Ogni cena è un’opportunità di vendita senza pressione. E i numeri mi danno ragione: nel primo anno, ho venduto il 42% delle opere esposte, con un ticket medio superiore del 25% rispetto alle mie vecchie mostre in spazi neutri.
Inoltre, questo modello risolve un problema logistico tipico del mercato russo post-2022: le gallerie tradizionali soffrono di un calo
di affluenza per paura di “essere visti” come collezionisti in un momento geopolitico delicato. Inoltre l’oligarca o l’imprenditore alto russo considera la galleria in questo momento un post noioso e privo di “appeal”.
Il ristorante-galleria offre una copertura sociale elegante. Nessuno sa se sei venuto per mangiare o per comprare – e questo, in un’epoca di sanzioni indirette e sguardi indiscreti, è un valore inestimabile, oltre ad essere un posto più variegato, attraente e multi sociale e culturale.
Mi fai pensare ai locali del proibizionismo degli anni ’20… ma esiste un ruolo che oggi i collezionisti russi svolgono nel sostenere il sistema dell’arte locale?
F.A.: Assolutamente sì, ed è un ruolo che si è perfino rafforzato dopo il 2022, contrariamente a quanto si potrebbe pensare dai freddi dati internazionali. Lasciami spiegare con i numeri che raccolgo sul campo. Prima della guerra, il collezionismo russo di fascia alta era largamente extroverso: i grandi capitali compravano arte occidentale come Bacon, Richter, Koons, lo facevano per investimento e prestigio globale, mentre l’arte russa contemporanea era considerata un “settore minore”, spesso acquistata per patriottismo o per speculazione locale.
Oggi, con i flussi finanziari verso l’estero ostruiti e le aste occidentali chiuse agli artisti russi, i collezionisti che sono rimasti – e la mia community ne è la prova vivente – hanno ricentrato i loro acquisti sul mercato interno. Questo ha generato tre effetti virtuosi:
Aumento della domanda per artisti russi viventi: Secondo i dati aggregati dalla mia agenzia e da tre gallerie di
San Pietroburgo che collaborano con me, il volume di vendite di arte contemporanea russa sul mercato locale (escluse transazioni opache) è cresciuto del 34% tra il 2022 e il 2024. Non in dollari, certo, ma in rubli reali – e i rubli si spendono uguale al ristorante.
Quindi un nuovo mecenatismo?
F.A.: esattamente! Un nuovo mecenatismo di prossimità: Collezionisti che prima compravano una volta all’anno in Svizzera ora acquistano cinque o sei opere l’anno da giovani artisti russi, spesso commissionando direttamente. Mentre il mercato internazionale dell’arte russa è crollato, il mercato interno di relazione – quello basato su fiducia, cene, gallerie come la mia – ha mantenuto prezzi stabili o in lieve crescita. Perché? Perché il collezionista russo di oggi non cerca più la rivendita internazionale a breve termine, ma il godimento estetico e l’appartenenza a una comunità. È un ritorno al collezionismo come pratica culturale e non come asset class. E questo è sano. Siamo tornati a vendere emozioni, il collezionista ora si compra il sangue e l’energia dell’artista senza pensare a nessun tipo di investimento.
La mia esperienza personale è emblematica: vendo solo grazie alla mia community perché ho costruito un ecosistema di fiducia in cui l’arte è un linguaggio condiviso, non un bene da esportare. I miei collezionisti non comprano per rivendere a Londra comprano perché si fidano di me e del mio gusto, perché vogliono portare a casa un pezzo della serata che hanno vissuto, perché sanno che quell’opera racconterà la loro storia in un salotto di Mosca o San Pietroburgo. Questo è il nuovo collezionismo russo: domestico, fiero, silenzioso ma presente. Io di più non saprei cosa dire. Mi piace parlare di quello che so e di quello che vivo ogni giorno. Ho una mia visione futura e globale ma per ora me la tengo per me.
Quindi, per rispondere direttamente e per concludere: i collezionisti russi oggi sono l’ancora di salvezza e il motore del sistema dell’arte locale. Senza di loro, le gallerie indipendenti sarebbero chiuse. Con loro, si sta costruendo un mercato più autentico, meno speculativo, più radicato nel territorio. E io amo questo. Trattasi di numeri più bassi sia chiaro, ma secondo me il problema di fondo non è la crisi generata dall’operazione militare speciale. Il problema è globale. Nel mondo si capisce più che cosa sia veramente e che cosa no. Ma questa è un’altra storia.
Potrei azzardare a dire che i Russi hanno ritrovato la fede nella loro identità culturale supportando l’arte contemporanea locale, e questo è simbolo di un benessere, quindi domanda retorica si vive bene oggi in Russia?
F.A.: Comincio dalla vita quotidiana, perché è la base. Si vive bene, si vive molto bene, eccome. E non è una frase retorica: è un fatto economico. Mosca e San Pietroburgo sono città vive, sicure, piene di servizi, di ristoranti pieni (i miei progetti attuali ne sono una prova), di teatri, di mostre, di attività e di gioventù creativa. Il 2022 ha portato l’addio di molti brand occidentali, ma il vuoto è stato riempito da imprenditori locali con qualità spesso uguale o superiore. La vita culturale non si è mai fermata: si è intensificata in chiave più patriottica, certo, ma anche in chiave indipendente. Ed io non ho mai avuto nessuna restrizione o sono stato multato o ostacolato nelle mie ultime mostre internazionali che sono ricche di simboli occidentali e richiami a tematiche apparente non allineate con il pensiero comune interno e perché no ad americanismi o internazionalismi delle volte anche gratuiti. Se sono qui a risponderti va tutto bene.
Ci sono contrazioni nel collezionismo, cambiamenti di gusto?
F.A.: Si assolutamente ci sono, ma non ovunque.
Parto dalla mia arte (intendo l’arte che rappresento, quella dei miei artisti). Io continuo a vendere, e questo è il dato più importante. Ma cosa è cambiato nei gusti? La mia analisi sui dati dell’agenzia mostra una chiara trasformazione:
Prima del 2022: la domanda era polarizzata tra arte molto politica (critica e satira politica, venduta quasi solo all’estero) e arte decorativa internazionale (astratto geometrico, pop surrealista, influenze occidentali). Dopo il 2022: la domanda si è spostata verso opere che parlano di identità russa senza essere assolutamente propagandistiche. Paesaggi della taiga, ritratti di nonne con sciarpe di Pavlov Posad, nature morte con samovar, lirismo astratto che richiama l’anima slava, “surrealismo russifizzato”, scene di vita contemporanea pop e molto altro. Non è certamente “arte di regime” – è un ritorno al radicamento culturale. I miei collezionisti vogliono opere che raccontino la loro Russia ma non solo, quella delle dacie, della letteratura, dei treni notturni. E questo è un cambiamento profondo e positivo: l’arte russa smette di inseguire l’Occidente e riscopre la propria linfa. Ma vogliono anche sognare ed essere ancora internazionali, comprando il Maradona di Cristiano Ceretti, le Fotografie delle star internazionali di Tony Federico o le mie Api Farfalla.
Quindi contrazione o trasformazione?
F.A.: Contrazione netta nel segmento dell’arte critica e dissidente (che prima viveva di fondi occidentali e oggi è emigrata) e nell’arte iper-concettuale che richiede un pubblico diverso. Ma forte trasformazione e crescita nel segmento dell’arte narrativa, accessibile, materica, che parla alla classe media alta russa. La fruizione è cambiata: le persone vogliono esperienze più intime, meno “mondane”. I grandi vernissage con champagne francese e star sono diminuite; sono aumentate le cene private in galleria (come la mia), gli incontri con l’artista in piccoli gruppi, le visite in atelier riservate le mini aste di beneficenza (con al massimo prosecco italian e russo).
È un mercato che si fa profondo, non rumoroso. Ma io ci credo ancora e tra un po’ dalla Russia mi piacerebbe guardare alla Cina e Giappone e perché no in Bielorussa dove ora si sono rifugiati molti collezionisti dagli Emirati e da Dubai dopo i fatti recenti.
Quindi ripetiamo : il sistema dell’arte russo non si è chiuso ma ha trovato nuove direzioni e soprattutto ha riscoperto la propria identita, confermi e che cosa puoi aggiungere?
F.A. : RIPETO: Non si è chiuso. Infatti: si è ri-orientato. Si è chiuso il canale verso l’Occidente – e questo è un dato di fatto, senza illusioni. Ma si sono aperti altri canali: verso la Cina (dove l’arte russa contemporanea sta avendo successo a Pechino e Shanghai), verso il mondo GCC (Dubai, Doha, dove ci sono grandi mostre collettive), e soprattutto verso l’interno della Russia.
Si è aperto a nuove direzioni:
L’arte digitale e NFT con piattaforme russe (Gram, RuNFT) – un tentativo ancora giovane ma in crescita.
Le residenze artistiche nelle regioni (Siberia, Urali, Estremo Oriente) finanziate da aziende locali che vogliono attrarre talenti.
Poi ci sono le Biennali, la più grande, quella di Mosca purtroppo ha chiuso ma ci sono le altre:
La Biennale Internazionale di Vladivostok (Arti Visive) è stata fondata nel 1998. La sua ottava edizione è iniziata il 31 agosto 2025. È una consolidata rassegna internazionale che ha recentemente ospitato opere di video‑arte dalla Cina (prima mondiale), installazioni e video‑arte dal Giappone, oltre a performance e cinema russo. Una vera chicca.
La Biennale del Museo di Krasnoyarsk ha avuto inizio nel 1995. La sua sedicesima edizione è stata organizzata nel settembre 2025. È una delle più antiche in Russia e tra i più importanti progetti di arte contemporanea del Paese. L'ultima edizione si intitolava "The Principle of Hope".
La Biennale Industriale degli Urali (Ekaterinburg) è nata nel 2010. La sua quinta edizione si è tenuta dal 12 settembre al 1º dicembre 2025. È un grande progetto che utilizza l'arte contemporanea per esplorare e discutere l'eredità industriale della Russia.
La Biennale Ecologica di Nizhny Novgorod, la cui ultima edizione si si è tenuta dal 18 aprile al 20 novembre 2025. È una nuovissima biennale interamente focalizzata sul tema dell'arte e dell'ecologia
Ed i collezionisti aziendali, parlo di quella fetta di collezionismo che riguarda le aziende , le banche e le compagnie energetiche russe?
F.A.: Loro stanno costruendo collezioni di arte contemporanea nazionale, perché non possono più comprare arte occidentale e perché vogliono investire in immagine interna. Ma io proverò comunque a proporre i miei “stranieri”, perché alla lunga saranno le proposte diversificate che faranno il mercato.
Il collezionismo russo non è un sistema chiuso. È un sistema che ha perso la scorciatoia del mercato globale facile, ma ha guadagnato in autenticità e resilienza e la mia community ne è la dimostrazione: vendo e realizzo grandi progetti perché ho saputo leggere questo cambiamento prima di altri, offrendo un’arte che non ha bisogno di passaporto per essere amata.
E tornando all’attualità si vive bene, te lo confermo da residente a San Pietroburgo: la vita culturale è piena, i ristoranti brulicano, le mostre si aprono una dopo l’altra. Il rumore dell’operazione militare speciale e della propaganda russofoba occidentale è lontano, nelle notizie, ma nelle strade di Mosca e San Pietroburgo c’è un pragmatismo vitale che l’Occidente fatica a capire. E noi, con i nostri pennelli e le nostre forchette, i nostri video, le nostre immagini e i nostri sforzi/sacrifici e sopratutto con le nostre visioni continuiamo a costruire ponti.
NDA: Ho scelto di dividere questa conversazione in due parti non soltanto per la vastità degli argomenti affrontati, ma perché, rileggendola, mi sono resa conto che conteneva in realtà due interviste.Nella prima, Francesco Attolini osserva la Russia contemporanea dall'interno: le trasformazioni economiche, sociali e culturali seguite al 2022, l'evoluzione del mercato dell'arte, dei collezionisti e delle nuove geografie culturali che stanno ridisegnando gli equilibri globali.
Ma ogni frontiera racconta soltanto una parte della storia.
Le guerre si combattono con gli eserciti, ma le loro conseguenze più profonde emergono altrove: nei salotti dei collezionisti, nelle aste silenziose, nei musei che cambiano interlocutori, nei mercati che reinventano le proprie rotte. Dietro le sanzioni, le chiusure e le contrapposizioni di questi anni si muove un universo meno visibile e forse più rivelatore: quello dell'arte, del denaro, delle reti culturali e delle nuove alleanze.
Nella seconda parte lasceremo le statistiche, i mercati e le strategie per entrare nel territorio più difficile da raccontare: quello delle idee, delle ossessioni, della bellezza, della pittura e delle visioni che continuano ad alimentare il lavoro di uno dei più singolari italiani di San Pietroburgo.
E, come spesso accade, il viaggio più interessante non sarà solo quello attraverso un Paese, ma quello dentro una persona.