È Ferragosto.
Scrivo dallo Stretto, guardando Messina dall’altra parte dell’acqua. È così vicina che, nelle giornate limpide, sembra quasi di poterla toccare.Gli italiani sono al mare e, proprio lì davanti, qualcuno entra nel Museo Regionale per portarsi via Antonello.In Italia persino i capolavori sembrano conoscere il momento esatto in cui lo Stato va in vacanza.
Il colpo dura appena due minuti. I ladri entrano nel museo mentre la città è concentrata sulla processione della Vara, una delle celebrazioni più importanti di Messina. Portano via alcune tavole del Polittico di San Gregorio, dipinto da Antonello nel 1473, e una piccola opera bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà.
Due tavole vengono abbandonate durante la fuga, appoggiate a un muretto all’esterno del museo. Le altre scompaiono.Gli allarmi, secondo la direzione, funzionavano. Anche le telecamere.È una precisazione quasi perfetta.In Italia la tecnologia funziona, il capolavoro scompare e il giorno dopo comincia il dibattito su chi avrebbe dovuto guardare lo schermo.
Vittorio Sgarbi ha definito l’operazione «un furto da ignoranti». Probabilmente ha ragione: Antonello è troppo celebre per essere venduto e troppo riconoscibile per essere esibito. Non si ruba un maestro del Rinascimento siciliano per appenderlo sopra il divano. Si ruba per commissione, per ricatto, per vanità o per quella forma terminale del possesso che consiste nel sottrarre una cosa agli occhi di tutti pur di sapere che appartiene soltanto a noi.
Sgarbi, del resto, un grande merito lo ha avuto: ha reso l’arte patrimonio nazional-popolare.
C’è stato un tempo, infatti, in cui la storia dell’arte entrava ogni giorno nelle case degli italiani. Entrava attraverso uno studio televisivo, una scrivania coperta di giornali e libri, un grande quadro sul fondo e Vittorio Sgarbi che parlava di Caravaggio, Lotto, Guercino e Antonello come se fossero ancora vivi e spesso anche piuttosto pericolosi.
Prima che l’arte diventasse un contenuto, Vittorio Sgarbi l’aveva già resa spettacolo nazionale.
In un Paese sempre più devoto all’ignoranza, non è stato poco.
È stata una rivoluzione.
Ma Antonello non era un capolavoro dimenticato in una sacrestia. Era catalogato, fotografato, studiato, assicurato e sorvegliato. Era una celebrità.
Eppure è scomparso lo stesso.
In Italia persino la fama, a quanto pare, non offre alcuna protezione.
È questo che rende il furto di Messina qualcosa di più di un episodio di cronaca. Da anni lo Stato italiano costruisce cataloghi, banche dati, archivi fotografici ed elenchi di opere rubate. Possiede milioni di schede, ma non ancora un inventario nazionale completo, aggiornato e realmente connesso del patrimonio conservato nei musei, nelle chiese, nei depositi, nei palazzi pubblici e nelle collezioni private sottoposte a tutela.Federico Zeri considerava il catalogo il principio stesso della tutela: prima di proteggere un’opera bisogna sapere che esiste, riconoscerla, seguirne la storia. Aveva ragione. Ma il furto di Messina aggiunge alla sua lezione un dettaglio meno rassicurante: conoscere non basta.Se quella conoscenza rimane chiusa in una scheda e non diventa vigilanza, responsabilità, prontezza, è soltanto memoria amministrativa. Un archivio perfetto può ricordare molto bene ciò che un’istituzione non è riuscita a trattenere.
Il paradosso italiano è tutto qui. Siamo straordinariamente efficienti quando dobbiamo dichiarare che un’opera appartiene alla nazione. Molto meno quando dobbiamo fare in modo che continui ad appartenerle.
Antonello ha attraversato terremoti, guerre, incuria e secoli di storia. Nel 1908 il Polittico di San Gregorio sopravvisse al terremoto che distrusse Messina. Nel 2026 non è sopravvissuto a una porta, a uno schermo e a una distrazione.L’Italia non ha soltanto un problema con ciò che non ha ancora censito. Ha un problema persino con ciò che conosce a memoria.Forse il vero scandalo non è che abbia perso l’inventario.È che, qualche volta, riesce a perdere persino ciò che aveva già trovato.




