ANNO XII - &MAGAZINE - 

ATTENZIONE AI BAGARINI

ATTENZIONE AI BAGARINI

Il Labor Day è la festa in cui gli americani celebrano il lavoro smettendo di lavorare. È una delle loro idee migliori.

Quest’anno hanno chiuso gli uffici, acceso i barbecue e portato i bambini allo Smithsonian, e sempre quest’anno, gli acrobati sono arrivati davvero. I cartelli promessi dalla Casa Bianca, a quanto risulta, no. Il giorno dopo, però, Lonnie Bunch ha annunciato che lascerà la guida dell’istituzione. A Washington, anche quando il numero tarda a cominciare, qualcuno finisce sempre per abbandonare il palco.

A New York ho imparato presto che tutto ciò che appartiene al pubblico finisce, prima o poi, nelle mani di qualcuno convinto di poterlo rivendere. Una prima a Broadway, una finale degli Yankees, un tavolo da Rao’s. C’è sempre un uomo che conosce un uomo, possiede ciò che non si trova e, soprattutto, sa quanto siamo disposti a pagarlo. A Washington gli stessi uomini indossano abiti migliori e si chiamano commissioni, curatori, consiglieri presidenziali.

Il 24 luglio Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo intitolato Restoring Trust in the Smithsonian Institution. La Casa Bianca ha ordinato di collocare davanti al National Museum of American History alcuni cartelli per avvertire i visitatori che ciò che stanno per vedere potrebbe contenere una versione ideologica dell’America. È un gesto molto americano. Solenne, costoso e involontariamente spiritoso. Il Presidente non può cambiare le teche, così cambia il marciapiede. A Washington la separazione dei poteri comincia spesso dal catasto. Non potendo riscrivere le didascalie dentro il museo, la Casa Bianca ha commissionato la propria fuori. L’America ha inventato la meta-didascalia.

Del resto, negli Stati Uniti ci sono avvertenze sulle sigarette, sui medicinali e sui materassi. Era inevitabile che prima o poi anche Jefferson avesse bisogno delle istruzioni per l’uso. Perché la battaglia non riguarda una mostra. Riguarda il mainstream: non ciò che credono tutti, ma ciò che una società considera così naturale da non avere più bisogno di spiegarlo.

L’America lo ha spiegato con una ragazza del Kansas, un paio di scarpe rosse e una frase: Theres no place like home. Il mago di Oz è del 1939, ma dal 1956 cominciò a entrare ogni anno nei salotti americani attraverso la televisione. Alla fine, però, Dorothy tornava a casa.

Le scarpette rosse conservate allo Smithsonian non sono soltanto un cimelio di Hollywood. Custodiscono la grammatica sentimentale sulla quale l’America del dopoguerra ha costruito il proprio mainstream. Theres no place like home non fu uno slogan inventato da un governo. Fu qualcosa di più efficace: attraverso Hollywood e la televisione trasformò l’America nella grande casa alla quale ogni americano avrebbe dovuto desiderare di tornare. Non un manifesto. Un ritornello. La propaganda più potente, del resto, è quella che riesce a sembrare un ricordo d’infanzia.

Il movimento per i diritti civili, il Vietnam, Watergate e il femminismo aprirono stanze rimaste chiuse. Ma la battaglia riguardava ancora chi avesse diritto di abitare la casa, non se la casa meritasse di esistere. Martin Luther King chiedeva che l’America mantenesse la promessa fatta nel sogno. Reagan parlava di morning in America, Obama di a more perfect union. Arredavano il Paese in maniera opposta, ma l’indirizzo era ancora lo stesso.

Poi George Floyd spezzò l’incantesimo di Dorothy. Per milioni di americani, il Paese che aveva promesso il ritorno a casa apparve improvvisamente come il luogo dal quale non tutti tornavano.

Lo Smithsonian cominciò a raccogliere i cartelli e gli oggetti lasciati durante le proteste di Lafayette Square; nella stessa istituzione che conserva le scarpe con cui Dorothy tornava a casa entrarono le testimonianze di chi domandava se quella casa avesse protetto davvero tutti i suoi abitanti. Il salotto nazionale era diventato una scena del crimine.

Trump vuole sapere se sia ancora possibile chiamarla casa. Il museo domanda chi abbia avuto davvero le chiavi. Un’America educata soltanto a vergognarsi di sé perde la fiducia necessaria per restare libera. Ma il rimedio rischia di somigliare alla malattia. Un conservatore non dovrebbe contestare soltanto chi esercita il potere: dovrebbe contestare la quantità di potere che qualcuno pretende di esercitare, anche quando quel qualcuno gli piace.

L’America di Trump non ama essere sorpresa in vestaglia. Vuole presentarsi con l’abito buono, le scarpe lucidate e i Padri fondatori già seduti a tavola. Non nega che in soffitta ci siano fantasmi. Ritiene soltanto poco elegante mostrarli agli ospiti durante la cena del duecentocinquantesimo compleanno. Lo Smithsonian, però, non è l’ufficio stampa della festa.

Trump guarda Jefferson e vede l’uomo che scrisse che tutti siamo creati uguali. Il museo ricorda che alcuni, nella sua casa, erano creati schiavi. È lo stesso uomo. È lo stesso Paese. La Casa Bianca vuole rimettere il ritratto di famiglia sopra il camino. Lo Smithsonian vuole girarlo e mostrare ciò che è scritto sul retro. Entrambi sanno che la cornice è potere.

Napoleone spostava i capolavori. Trump sposta il punto di vista.

È qui che arrivano i bagarini. Da una parte la nostalgia viene venduta come patriottismo. Dall’altra la colpa come prova d’intelligenza. Il prezzo non è il biglietto. È il diritto di sentirsi americani. La battaglia riguarda il momento esatto in cui il vecchio mainstream americano ha smesso di essere lo standard ed è diventato, esso stesso, un reperto.

Resta da capire se, per liberare la storia dai suoi custodi, sia necessario affidarla a un altro custode.


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